WORKAHOLISM: QUANDO IL LAVORO DIVENTA UNA DIPENDENZA

Pubblicato il 27 agosto 2026 alle ore 23:01

Viviamo in una società nella quale essere sempre impegnati viene spesso considerato un segno di successo, responsabilità e ambizione. Rispondere alle e-mail la sera, lavorare durante il fine settimana, portarsi il computer in vacanza, essere sempre disponibili e avere continuamente qualcosa da fare può persino diventare motivo di orgoglio.

Ma cosa succede quando lavorare smette di essere una scelta e diventa un bisogno?

È proprio in questo spazio che possiamo parlare di workaholism, termine inglese utilizzato per indicare una forma di coinvolgimento eccessivo e compulsivo nel lavoro, spesso accompagnata dalla difficoltà di riuscire a fermarsi anche quando non sarebbe necessario.

Il problema, quindi, non è semplicemente lavorare molto. Il punto centrale è il rapporto psicologico che la persona sviluppa con il lavoro.

Che cos'è il workaholism?

Il workaholism può essere descritto come una tendenza persistente a lavorare in modo eccessivo e compulsivo, accompagnata dalla difficoltà di controllare il bisogno di lavorare.

Il lavoro diventa progressivamente una presenza costante nella mente: anche quando la persona è a casa, in vacanza o insieme alla propria famiglia, continua a pensare a ciò che deve fare, a ciò che avrebbe potuto fare meglio o a ciò che deve ancora terminare.

Non è necessariamente una questione di necessità economica o di reale quantità di lavoro.

Una persona può lavorare molte ore perché sta attraversando un periodo particolarmente intenso, avere responsabilità importanti o essere profondamente motivata dalla propria professione e, allo stesso tempo, riuscire a staccare, riposare e dedicarsi alla propria vita personale.

Nel workaholism, invece, il lavoro tende a occupare uno spazio sproporzionato nella vita e può diventare uno strumento attraverso il quale la persona cerca di gestire emozioni, insicurezze, senso di inadeguatezza o bisogno di riconoscimento.

In altre parole: non è soltanto quanto lavori a fare la differenza, ma quanto riesci a vivere anche quando non lavori.

Quando il lavoro diventa una necessità.

Uno dei segnali più significativi è la difficoltà a fermarsi.

La persona può avere terminato la propria giornata lavorativa, ma sentire comunque il bisogno di controllare le e-mail, anticipare il lavoro del giorno successivo, rispondere ai messaggi professionali o iniziare un nuovo compito.

Il riposo, anziché essere vissuto come qualcosa di naturale e necessario, può generare senso di colpa, ansia o inquietudine.

Possono comparire pensieri come:

"Sto perdendo tempo."

"Dovrei fare qualcosa di utile."

"Gli altri stanno lavorando e io sono fermo."

"Se mi fermo, rimango indietro."

"Devo dimostrare quanto valgo."

Progressivamente, la persona può arrivare a percepire il tempo libero non come uno spazio di recupero, ma come uno spazio vuoto da riempire.

I principali segnali del workaholism.

Il workaholism può manifestarsi in modi diversi. Alcuni segnali meritano particolare attenzione:

1. Pensare continuamente al lavoro: il lavoro continua a occupare la mente anche al di fuori dell'orario professionale.

Durante una cena, una passeggiata o una serata in famiglia, i pensieri possono tornare continuamente alle attività da completare.

2. Incapacità di staccare: la persona fatica a concedersi vere pause. Anche quando non lavora fisicamente, rimane mentalmente collegata al lavoro.

3. Senso di colpa quando ci si riposa: il riposo viene interpretato come perdita di tempo, pigrizia o mancanza di produttività.

4. Difficoltà a delegare:

"Faccio prima da solo."

"Se non lo faccio io, non verrà fatto bene."

Queste convinzioni possono portare la persona ad accumulare continuamente responsabilità.

 

5. Necessità di essere sempre produttivi: ogni momento deve avere uno scopo. Anche il tempo libero rischia di trasformarsi in una nuova forma di prestazione: fare sport per essere più efficienti, leggere per migliorarsi, studiare per acquisire nuove competenze. Persino il riposo può diventare una prestazione.

 

6. Lavorare nonostante la stanchezza: la persona continua a lavorare anche quando avrebbe bisogno di recuperare, arrivando talvolta a trascurare sonno, salute e bisogni personali.

 

7. Irritabilità quando non si può lavorare: quando qualcosa impedisce di lavorare, possono comparire nervosismo, agitazione o frustrazione.

 

8. Trascurare le relazioni: famiglia, amicizie e vita sociale possono progressivamente passare in secondo piano. Non necessariamente perché la persona non attribuisca loro valore, ma perché il lavoro occupa sempre più spazio.

Cosa c'è dietro il bisogno compulsivo di lavorare?

Il comportamento workaholic non nasce necessariamente dal semplice amore per il proprio lavoro. In alcuni casi può essere sostenuto da bisogni psicologici più profondi.

Il bisogno di sentirsi importanti: per alcune persone, essere indispensabili diventa una fonte fondamentale di autostima.

"Se hanno bisogno di me, allora valgo."

Il problema nasce quando il valore personale viene legato quasi esclusivamente alla propria produttività.

Il perfezionismo: la convinzione di dover fare tutto nel modo migliore possibile può rendere estremamente difficile concludere un'attività e fermarsi. Ci sarà sempre qualcosa da correggere, migliorare o perfezionare.

La paura del fallimento: lavorare continuamente può diventare una strategia per evitare la paura di non essere abbastanza bravi. Più lavoro, più controllo la situazione. Ma il controllo assoluto non esiste.

Il bisogno di controllo: delegare significa accettare che qualcun altro possa svolgere un compito in modo diverso dal nostro. Per una persona fortemente orientata al controllo, questo può essere particolarmente difficile.

La difficoltà a stare nel vuoto: a volte il problema non è il lavoro in sé, ma ciò che emerge quando il lavoro finisce. Silenzio, solitudine, emozioni, pensieri e domande personali possono diventare difficili da affrontare. E allora lavorare diventa un modo per non fermarsi mai abbastanza da ascoltarsi.

"Valgo se produco": quando la produttività diventa identità.

Uno degli aspetti più delicati del workaholism riguarda la costruzione dell'identità. Se per anni una persona riceve riconoscimento perché è efficiente, disponibile, competente e instancabile, può iniziare inconsapevolmente a identificarsi con queste caratteristiche.

Non pensa più soltanto:

"Sono una persona che lavora bene."

Può arrivare a pensare:

"Sono quello che produce."

La differenza è enorme. Nel primo caso il lavoro è una parte della propria identità. Nel secondo, rischia di diventare l'identità stessaE quando il lavoro diminuisce, quando arriva una malattia, una pausa, una pensione, una perdita professionale o semplicemente un periodo meno produttivo, può emergere una domanda molto profonda:

"Chi sono io se non sto producendo?"

Il paradosso del workaholism.

Il workaholism contiene un paradosso: la persona lavora sempre di più per sentirsi più sicura, più competente, più utile o più soddisfatta. Ma l'eccesso di lavoro può produrre esattamente l'effetto contrario:

più stress → meno recupero → maggiore stanchezza → minore concentrazione → peggioramento della qualità del lavoro → maggiore necessità di lavorare ancora.

Si crea così un circolo vizioso. La persona può pensare: "Sono stanco perché ho tanto da fare." Ma dopo qualche tempo potrebbe essere vero anche il contrario: "Ho sempre più difficoltà a lavorare bene perché non mi concedo mai il tempo necessario per recuperare."

Le conseguenze sulla vita personale.

Il problema non rimane necessariamente confinato all'ambiente professionale. Quando il lavoro occupa una parte eccessiva dello spazio mentale e temporale, possono risentirne diverse aree della vita.

Il sonno: pensieri, preoccupazioni e attività lavorative fino a tarda sera possono interferire con il normale recupero.

Le relazioni: il partner o i familiari possono iniziare a percepire la persona come fisicamente presente ma emotivamente assente.

La vita sociale: gli incontri con gli amici vengono rimandati, gli hobby abbandonati e le occasioni di socializzazione diventano sempre meno frequenti.

La salute: la mancanza di recupero e l'esposizione prolungata allo stress possono contribuire a un generale deterioramento del benessere.

L'umore: possono comparire irritabilità, frustrazione, insoddisfazione e difficoltà a provare piacere nelle attività che prima davano soddisfazione.

Le prestazioni lavorative: anche la qualità del lavoro può risentirne. Lavorare di più non significa necessariamente lavorare meglio.

Il cervello ha bisogno di pause, sonno e recupero per mantenere attenzione, memoria, creatività e capacità decisionali.

Una riflessione finale.

Se il tuo lavoro occupa continuamente i tuoi pensieri, se il riposo ti genera senso di colpa e se ti accorgi che stai sacrificando sistematicamente persone, passioni e tempo personale per essere sempre produttivo, forse non è necessario chiederti soltanto: "Come posso organizzarmi meglio?" Potrebbe essere più importante chiederti: "Perché sento il bisogno di lavorare continuamente?" Perché qualche volta il problema non è avere troppo lavoro, è non riuscire più a sentirsi abbastanza quando non si lavora.

Se ti sei riconosciuto in queste parole e senti che il lavoro sta occupando più spazio di quanto vorresti, posso aiutarti a comprendere cosa si nasconde dietro questo bisogno e a ritrovare un rapporto più equilibrato con il lavoro.

Attraverso il coaching possiamo lavorare insieme per recuperare spazio, energia e libertà, senza rinunciare alle tue ambizioni.

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